Posts Tagged ‘Tradizioni’

Appuntamenti da non perdere!

October 16th, 2017 | By Valentina Guerranti in Benessere, Cucina, Dintorni, Escursioni, Gastronomia, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

L´estate é ormai un dolce ricordo, ma questo non significa che la voglia di far festa o di una bella sagra cittadina venga meno.

sapori e saperi
In Ticino le sagre e le feste popolari sono sempre all´ordine del giorno: dal 20 ottobre al 22 ottobre 2017 a Giubiasco si terrá una manifestazione chiamata „Sapori e Saperi“.
All´interno del mercato coperto di Giubiasco verranno allestiti degli stands dove la gente potrá assaporare i vari sapori del Ticino. La manifestazione é finalizzata a far conoscere e ad apprezzare i prodotti gastronomici tipici del canton piú mediterraneo della Svizzera.
É suddivisa in 6 aree tematiche, che rappresentano ognuna una peculiaritá del cantone: latticini e formaggi, frutta e verdura, miele e castagne, salumi e carne, vino e distillati, erbe, olio e cereali.
(Mercato Coperto, Mercato Coperto, 6512 Giubiasco – ven: 17.00 – 21.00 / sab: 10.00 – 21.00 / dom: 10.00 – 19.00)

A Castel San Pietro, nel mendrisiotto, dal 28 al 29 ottobre 2017 presso il centro scolastico si terrá luogo la Sagra della Zucca.
Questa sará giá la 6a edizione della manifestazione. Protagoniste saranno le zucche, ma non solo: ci saranno percorsi di agility per cani, spettacoli di marionette e tanto altro.
Avverrá anche l´elezione della zucca regina, a cui possono partecipare tutte le persone interessate.
(Centro scolastico, 6874 Castel San Pietro – sab: 14:00 – 19:30 / dom: 10:00 – 16:00)

zucca

E per finire dal 10 al 12 novembre 2017 a Mendrisio si terrá la Fiera di San Martino.
Quando i lavori agricoli sono ormai giunti al termine, é tempo di tirare le somme del lavoro svolto e infine di iniziare i festeggiamenti: con questo si apre la festa di San Martino. Questa fiera é una ricorrenza molto importante per il medrisiotto: si rinnova ormai da quasi quattrocento anni.
Si possono trovare bancarelle con prodotti del mondo agircolo, compravendita di mucche di razza bruna e molto altro ancora.
È un´atmosfera gioiosa e caratteristica del canton Ticino: un appuntamento da non perdere!
(Zona San Martino, 6850 Mendrisio)

Queste sono solo alcune delle proposte che noi vi suggeriamo. Il canton Ticino e il Lago di Lugano offrono molte attivitá da sperimentare e assaporare e sono tutte nelle vicinanze del nostro Parco San Marco Lifestyle Beach Resort. Quindi, durante il vostro soggiorno, approfittate di questa occasione per festeggiare ed assaporare insieme a noi i gusti tipici del Ticino con i colori di questo meraviglioso autunno!

 

Museo Del Contrabbando

June 5th, 2017 | By Annalisa De Maria in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più, Sapienza | No Comments »

Da sempre contrabbando e contrabbandieri esercitano un certo fascino sui buoni e bravi borghesi. Ma coinvolge anche studiosi del costume, storici, economisti, perché il contrabbando ha rappresentato per decenni un’attività che ha permesso di far quadrare i conti in tempi di difficoltà e in zone economicamente povere. È giusto quindi che gli sia dedicato un museo, a ricordo di tempi, di condizioni, pericoli, fatiche, e ingegnosità manifestate da contrabbandieri e guardie, caratteri specifici della socialità che hanno interessato il Ticino negli ultimi cent’anni, fin verso i primi anni Settanta.

cantine di gandria

L’edificio che ospita il Museo delle Dogane si trova dall’altra parte del lago rispetto a Lugano, in zona Cantine di Gandria, ed è raggiungibile con una breve, suggestiva gita in battello; infatti sorge direttamente sul lago, al confine tra Svizzera e Italia in una zona impervia e coperta da una fitta vegetazione. Il primo posto doganale nella zona di Lugano era stato installato nel 1856 ed è noto ancora oggi come “La Casa Rossa”, mentre questa costruzione è stata realizzata nel 1904 come posto doganale, quindi come base per combattere il contrabbando, ed è diventata museo nel 1935.

Il museo è stato rinnovato e aperto al pubblico nel 1978, dopo accurati e prolungati lavori di restauro effettuati dal Museo Nazionale di Zurigo. La rievocazione dei tempi in cui il contrabbando era in piena fioritura avviene attraverso un’ampia esposizione collocata sui tre piani del museo. Al pianterreno è stato ricostruito il vecchio posto doganale, così come doveva apparire nel 1904. Vi si riconoscono i luoghi dei doganieri, e qui spicca la figura in cera di un contrabbandiere ammanettato da due agenti, e gli alloggi adiacenti destinati alle guardie. Sono poi esposti in bella evidenza diversi documenti doganali, un’agenda, monete dell’epoca, bilance e numerosi strumenti di misurazione. Al primo piano viene spiegata la storia dell’evoluzione dell’apparato confederale sino alla struttura odierna; un monumento ricorda le guardie di frontiera cadute nell’adempimento del proprio dovere.

contrabbandiere

Al secondo piano è riunito un arsenale di armi provenienti da Italia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, sequestrate a partigiani, fuggiaschi o evasi mentre tentavano di oltrepassare in modo clandestino la frontiera svizzera. Vi è poi una curiosa esposizione di strumenti e apparecchiature varie usate da contrabbandieri e bracconieri, oltre a una documentazione sui trucchi più raffinati coi quali si è tentato di aggirare le leggi doganali. Tra questi, un piccolo sottomarino con motore subacqueo, guidato da un contrabbandiere che navigava con la testa a pelo d’acqua, sequestrato con il suo carico d’una tonnellata di salame.

Nel 1994 l’esposizione permanente è stata trasformata in un’esposizione interattiva che, nel 1998, si è arricchita di novità informatiche e audiovisive. Per mezzo di video e di fotografie vengono presentati i sistemi moderni di sorveglianza alle dogane, come gli strumenti di sorveglianza notturna con raggi infrarossi e di rilevamento di falsificazione dei documenti d’identità. È possibile visitare il museo del contrabbando partendo direttamente dal pontile del Parco San Marco Lifestyle Beach Resort  tramite le gite organizzate dalla scuola Padi Diving presso la nostra spiaggia privata.

 

Artisti al Parco San Marco

March 20th, 2017 | By Melanie Pohl in Escursioni, Parco San Marco, Sapienza | No Comments »

Il Parco San Marco Lifestyle Beach Resort ospita nel 2017 un´esposizione collettiva con cinque celebri maestri del panorama artistico italiano guidati dal grande critico d´arte Giammarco Puntelli curatore della mostra di fine Giubileo a Roma.

Luigi Arico',  Il Volo, LARGHEZZA CM 100 ALTEZZA 45 cm, PROFONDITA` 28 cm, acciaio reciclato,2017

 Cinque artisti, cinque percorsi e cinque generi differenti che si uniscono in una collettiva eclettica basata sui grandi metalli come il bronzo ed il ferro, sostanze solide amorfe come il vetro e rocce metamorfiche come il pregiato marmo.

Giuliano Ottaviani, Cavaliere Ufficiale della Repubblica Italiana, pittore, scultore ed orafo, le cui opere sono state acquisite dai musei di tutto il GIULIANO OTTAVIANI, Scultura tecnica a mosaico con tasselli di marmo e vetro dorato cm 220- 1990mondo, dal Brasile alla Cina.

Amerigo Dorel apre nella materia delle sue sculture un movimento che si articola su spirali elevandosi a nodi espressivi di forte allusione anatomica e sensuale.

Jucci Ugolotti predilige invece le grandi dimensioni con esperienze di restauro, recupero e rifacimento di sculture monumentali in rame, bronzo e marmo.

Luigi Aricò ama il contatto fisico con le cose, che ‘smonta’ e ‘rimonta’. Infatti realizza le sue opere, quadri e sculture, con materiale di riciclo: ferro, tronchi d’albero, vecchi residui di motori e macchine.

Italo Duranti, premiato a Roma come artista dell´anno 2016, è il direttore mondiale per la scultura del Movimento del Nuovo Rinascimento. Ferro e legno sono le sue grandi passioni che trasforma in opere d´arte.

 

Il sapore del Natale in Valtellina: la Bisciola

December 12th, 2016 | By Valentina Guerranti in Cucina, Dintorni, Escursioni, Gastronomia, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

La Valtellina, regione adagiata a monte del Lago di Como e poco distante dal Parco San Marco, gode di un ricco patrimonio storico, naturale, sportivo ma soprattutto gastronomico grazie al suo forte contributo al settore vinicolo e alle sue molteplici specialità culinarie. Tra quest´ultime troviamo anche la Bisciola, tipico dolce del periodo natalizio. Sulle tavole valtellinesi, infatti, il classico Panettone viene spesso sostituito dalla Bisciola, che racchiude in sé tutti i profumi e i sapori genuini del territorio. Il dolce, che può essere definito un pane dolce lievitato, nasce dall´incontro tra diverse farine, burro di latteria, frutta secca come fichi e uvetta e frutta a guscio tra cui pinoli e noci.

bisciola da grazia.it

Tradizione narra che il dolce sia stato infornato per la prima volta nel XVIII secolo in occasione di una visita di Napoleone, il quale si fermò proprio nella bella vallata lombarda prima di terminare la Prima Campagna d´Italia. Il condottiero avrebbe chiesto ad un cuoco del posto di preparargli un dolce utilizzando ingredienti locali, e così nacque la Bisciola che con il tempo divenne una vera e propria specialità tradizionale.
La Bisciola oggi è prodotta e distribuita su larga scala ma mantiene la sua genuinità grazie ad un rigido Disciplinare di produzione che impone l´utilizzo di soli prodotti del territorio. Inoltre, il dolce compare tra l´Elenco dei Prodotti Agroalimentare Tradizionali (PAT) ed ha ottenuto, a partire dal 2013, il Marchio Collettivo Geografico (MCG) a garanzia di un ulteriore tutela sulla ricetta originale.

Per chi non avesse la possibilità di acquistarla nelle zone di produzione, o per chi volesse semplicemente proporre una versione “fatta in casa” del dolce durante il pranzo di Natale, riportiamo la ricetta proposta dalla Regione Lombardia qui di seguito.

pranzo natale

Ingredienti: 1 uovo intero + 4 tuorli, 60 grammi di burro, 12 grammi di miele, 75 grammi di zucchero semolato, 270 grammi di farina bianca, 50 grammi di farina di segale, 20 grammi di lievito di birra, un pizzico di sale, la scorza grattugiata di un limone, 100 grammi di uvetta, 100 grammi di fichi secchi, 60 grammi di nocciole, 100 grammi di noci, 20 grammi di pinoli, liquore tipo Gran Marnier, essenza di arancia, acqua, burro e farina per lo stampo.

Procedimento: Stemperate 18 grammi di lievito in 30 grammi di acqua, poi aggiungete un pizzico di sale, 80 grammi di farina ed impastate fino ad ottenere un composto soffice ed omogeneo che lascerete riposare per un’ora in un ciotola coperto con un canovaccio, in un ambiente tiepido (circa 25-28°). In alternativa potete far scaldare il forno fino a 50°, spegnerlo e sistemare l’impasto al suo interno. Nel frattempo mettete i fichi secchi e l’uvetta a bagno nel liquore per farli rinvenire. Prendete nuovamente l’impasto e trasferitelo nella ciotola dell’impastatrice e cominciate a lavorarlo con la frusta aggiungendo, man mano, il burro fuso, la farina rimasta, l’uovo e i tuorli. Quando il composto risulterà ben lucido aggiungete anche lo zucchero sciolto in un poco d’acqua calda, il miele, e qualche goccia di essenza di arancia. Continuate a lavorare l’impasto per altri 5 minuti, poi sbriciolatevi il lievito rimasto ed accertatevi che la consistenza del composto risulti molto elastica ed appiccicosa, in caso contrario, correggete con un poco di acqua tiepida. Amalgamate per bene l’impasto per qualche altro minuto, poi aggiungete anche i fichi e l’uvetta ben sgocciolati, le noci, le nocciole ed i pinoli, poi infornate a 160° per circa 40 minuti.

Ed ecco il vostro dolce natalizio pronto per essere gustato e condiviso con la famiglia, attenzione però a non eccedere: la Bisciola ha un elevato contenuto calorico!!

written by Sara Marconi, Reception

La Val Cavargna ed il presepe vivente

December 5th, 2016 | By Endy Broglio in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

La Val Cavargna, sita nel territorio delle Alpi Lepontine, dista solo 50 chilometri da Como e si colloca tra il Lago di Como e il Lago di Lugano (tra Menaggio e Porlezza), da 600 m sopra il livello del mare. Il suo territorio, confinante con le valli Rezzo e Sanagra, si estende su un intervallo altitudinale di oltre 1500 m. La valle si imbocca presso una svolta, in località “Ponte di Pino” (Carlazzo), raggiungibile salendo da Menaggio o venendo dalla Svizzera (Lugano).

In questa ampia vallata sono dislocati quattro piccoli comuni composti complessivamente da meno di 2300 abitanti; lungo la strada che giunge a Vegna (frazione di Cavargna) incontriamo in ordine: Cusino (800 m), San Bartolomeo (850 m), San Nazzaro (995 m) e Cavargna (1070 m); tutti centri dispersi lungo l’asse vallivo del Cuccio. La zona, attorniata da splendide montagne che conferiscono al paesaggio un aspetto aspro e selvaggio, rievoca nella mente dei visitatori immagini del passato.

Val Cavargna

L’asperità dell’ambiente e le difficili, se non inesistenti vie di comunicazione, (soprattutto nella stagione invernale), nei tempi passati, hanno fatto della valle, un luogo chiuso in se stesso ma altrettanto ricco di tradizioni e di costumi così cari agli abitanti.

Qui, infatti, durante alcune feste popolari, il turista può ancora respirare un’aria tutta antica e unica difficilmente riscontrabile in altre località. La valle, comunque, e in particolare il Passo S. Lucio, fu un’importante via di comunicazione nel corso dei secoli già a partire dall’epoca romana, in quanto è possibile spostarsi lungo il crinale che giunge al passo S. Jorio e da qui scendere fino a Musso e a Dongo.

Quest’anno il Gruppo Folclorico Val Cavargna e il Corpo Musicale Santa Cecilia, assieme alle altre associazioni valligiane, alle amministrazioni comunali e alle parrocchie, dopo un anno di pausa tornano ad organizzare l’ormai famoso Presepe Vivente di Sora (frazione di San Bartolomeo V.C.), giunto alla 16° edizione. Il Presepe conta più di 120 figuranti, ogni anno riscuote un grande successo e si è trasformato in una vera e propria tradizione delle nostre zone.

La particolarità di questo Presepe è il fatto che la Natività è rappresentata non nella Palestina di 2000 anni fa, ma bensi’ in un piccolo borgo alpino di fine Ottocento. Magnani, boscaioli, contadini, sarte, lavandaie, contrabbandieri e tanti altri figuranti mostreranno ai visitatori come vivevano i nostri trisnonni.

Un piccolo evento davvero unico nel suo genere, a pochi minuti in auto dal nostro Resort!

written by Endy Broglio, Maintenance Manager

L`Italia e i vini

November 29th, 2016 | By Andrea Rera in Cucina, Gastronomia, Parco San Marco, Per saperne di più, Sapienza | No Comments »

Parlare dell’Italia e dei suoi vini, significa, prima di tutto, intraprendere un lungo viaggio ricco di storia, cultura, uve (tantissime uve;in Italia si contano più di 300 specie di uve diverse), millenarie tradizioni e una vastità di tipologie di vino come non si trova in nessun altro paese del mondo. Dalle Alpi fino alla Sicilia, in mezzo alle dolci colline della Franciacorta, è impossibile non scorgere, praticamente ovunque, la presenza della vite. Vedere questa sconfinata distesa di viti, fa inevitabilmente tornare in mente il nome con cui gli antichi greci chiamavano l’Italia, “Enotria Tellus”, vale a dire “il paese delle viti sostenute da pali”, segno che la vite e il vino erano già ben presenti in Italia sin dai tempi della colonizzazione greca.

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La vite infatti è una pianta che si adatta ai climi molto differenti tra loro; si preferisce coltivare all’aumentare della latitudine e dell’altitudine le uve a bacca bianca, meno resistenti ai freddi autunnali e vendemmiabili a fine estate, mentre al diminuire della latitudine e dell’altitudine si coltivano principalmente uve a bacca rossa e vitigni destinati a produrre vini ad elevata gradazione alcolica; vitigni sottoposti alla cosiddetta “ vendemmia tardiva”.

Vini Bianchi, Rossi, Rosati, vino Novello, Passito, Ruspo o Barricato, vino Frizzante e vini Speciali. Sono tante le classificazioni per tipologie di vino presenti in Italia, tutte differenti per regioni, ogni una con i loro colori sapori e profumi particolari. Ogni vino con una sua caratteristica unica ed inconfondibile, caratteristiche che hanno reso l’Italia dei giorni nostri, stimata e rispettata nel campo enologico nonchè uno tra i principali produttori mondiali di vino.

Alcuni detti popolari dicono “ carne rossa, vino rosso”, ed in genere questo è l’abbinamento più frequente ma spesso rischioso poiché il vino va vino1scelto con estrema attenzione ; il cibo e il vino devono esaltarsi a vicenda e non coprirsi l’uno con l’altro. Per avere una idea più chiara vi darò una indicazione su come scegliere i giusti vini da abbinare alla carne rossa prendendo come esempio pratico una nostra deliziosa pietanza, presente nel nostro menù ed uno o più vini sfogliabili dalla nostra speciale carta.

Il nostro squisitissimo Filetto Rossini alla Michele Pili, delicato succoso e saporito filetto di Manzo può essere abbinato sapientemente a svariati vini della nostra ricca cantina tra i quali spiccano:

  • il “ Rubro” vino Ticinese della Cantina Valsangiacomo, 100% Merlot Riserva con affinamento 12 mesi in Barrique;
  • il “Valtellina Superiore Inferno D.o.c.g.” della Cantina Plozza, 100% Nebbiolo con affinamento 12 mesi in Barrique di rovere;
  • il “Terre Brune Superiore D.o.c.” della Cantina Santadi, 95% Carignano del sulcis 5% Bovale, con maturazione in Barrique di rovere Francese;
  • il “Chateau Domaine de L’Eglise” della Cantina Pomerol Bordeaux Francia, 100% Merlot.

Per altre nostre pietanze ed altre tipologie di vino troverete sicuramente un abbinamento ideale con la guida sapiente del nostro staff.

written by F&B Manager Ignazio Perria

Prodotti del Parco San Marco

September 27th, 2016 | By Paola Mazzo in Cucina, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

La nostra proposta culinaria mira all´esaltazione dalla materia prima, del prodotto non modificato geneticamente, il più possibile biologico e in particolare per la frutta, la verdura e i formaggi il più possibile a chilometro zero, utilizzando anche le erbe aromatiche selvatiche delle nostri valli e del nostro lago.

In tavola portiamo inoltre i nostri prodotti, fatti esclusivamente per il Parco San Marco, nel rispetto della biodiversità, dalla pasta manufatta con grani antichi di Sicilia, al miele del Lago di Como passando per l´olio extra vergine d´oliva umbro.

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LA PASTA DEL PARCO SAN MARCO

Per le Paste del Parco San Marco vengono utilizzate esclusivamente farine provenienti dal campo di grano antico che abbiamo adottato presso il paese di Morgantina, nella Sicilia sud orientale, nell´ambito del progetto “Terre Frumentarie” patrocinato dal custode dei semi della tradizione per la biodiversitá del Mediterraneo, Giuseppe Li Rosi.

I frumenti coltivati ed utilizzati per la nostra pasta sono Senatore Cappelli, Margherito e Strazzavisazzi (detto anche Perciasacchi) e crescono secondo natura, senza quindi l´utilizzo di diserbanti o sostanze chimiche. Il nostro frumento è piú digeribile rispetto a quello usato per la produzione delle paste in commercio ed è naturalmente ricco di nutrienti sani per l´organismo come proteine e glutine destrutturato. Il nostro semolato contiene infatti fino al 70% di glutine in meno rispetto alla comune pasta industriale.

La nostra pasta viene manufatta dall´azienda agricola Damigella nel rispetto delle tradizioni italiane e della biodiversità del territorio e del grano. I semolati macinati a pietra conferiscono, insieme alla lenta lavorazione e alla trafilatura a bronzo, la giusta rugosità e il giusto colore alla pasta, che viene poi essiccata in modo lento, su telai di legno.

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La Pasta del Parco San Marco si contraddistingue per il profumo intenso che ricorda il sapore dell´antica tradizione della pasta italiana, di quella pasta fatta in casa, insieme alle nostre nonne, tutti intorno ad un unico tavolo.

OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA

Il nostro olio di oliva biologico extra vergine D.O.P. viene prodotto dall´Azienda Agricola Ferriccio Iannarilli in Umbria.

L´azienda é certificata biologica e nasce da una tradizione familiare che risale all’inizio degli anni 50. Questa antica passione per la genuinità ha spinto Iannarilli Ferruccio a creare questa azienda agricola gestita con tecniche agronomiche moderne ed una accurata attenzione per la qualità.

Le tecniche utilizzate per la produzione dell´olio servito nei nostri ristoranti sono finalizzate ad esaltare le caratteristiche di un prodotto alla base della dieta mediterranea.

Il nostro olio si distingue per un colore verde brillante e per un sapore ed un aroma molto pronunciati. Viene prodotto esclusivamente con olive proprie raccolte mediante brucatura manuale.

written by Paola Mazzo, Marketing Manager

Il borgo di San Siro

November 23rd, 2015 | By Annalisa De Maria in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

Andiamo alla scoperta di uno dei tesori della nostra zona, il borgo di San Siro, e pochi chilometri dal Parco San Marco Lifestyle Beach Resort!strada regina

Il comune di San Siro si estende sulle pendici meridionali del Monte Bregagno ed è suddiviso in 20 frazioni. In ciascuno dei suoi nuclei abitati è possibile ammirare angoli pittoreschi e testimonianze storiche artistiche, come il castello di Rezzonico (frazione del comune di San Siro) di origine trecentesca, e la fortezza tardo-romana nei pressi della chiesa di Santa Maria Assunta, nella frazione Santa Maria. La passeggiata che da Menaggio, frazione Nobiallo, porta fino  a Rezzonico,  segue il tracciato dell’ Antica Strada Regina. Questa antica strada romana  collegava Como ai passi alpini,  e si snoda attraverso i borghi antichi che costeggiano il lago.  La frazione di  Rezzonico conserva l’antico aspetto grazie alla presenza di case-torri a ridosso l’una dell’altra e strade strette con arcate e portici. A memoria dell’ illustre passato rimangono i resti del castello costruito a Rezzonico nel XIII secolo e oggi utilizzato come abitazione privata, con la robusta torre trecentesca e le mura merlate. Il percorso da Breglia frazione di Plesio attraverso Carcente, Treccione, Noledo Lucena, Marena, Roncatea Rezzonico, dove storicamente passava prima l’Antica Strada Regina, offre dei bellissimi scorci paesaggistici.

Chiesa di Santa Maria

Antica fortezza romanaCome menzionato in precedenza in frazione Santa Maria si trova l´omonima Chiesa. Questa è una costruzione di epoca quattrocentesca, con una sola navata, il portale rinascimentale è della scuola dei Rodari abbellito con i marmi di Musso, la facciata è ornata da archetti gotici. All’interno si trovano dipinti di Michelangelo Carminati e di Sigismondo De Magistris. I dipinti di maggior pregio sono la Battaglia di Lepanto del Cinquecento e la pala dell’altare maggiore di Giovanni Pietro Gnocchi. Vicino alla chiesa si trovano i ruderi di un’antica fortezza romana.

Fortezza RomanaA destra della Chiesa di Santa Maria Assunta sorge un imponente quadrilatero murario, unico per dimensioni in tutta la provincia di Como. Le mura di questo monumento raggiungono un’ altezza di sei metri con murature di notevole spessore. Originariamente il perimetro si estendeva fino all’area attualmente occupata dalla Chiesa e dalla piazza. La struttura potrebbe costituire ciò che resta di una fortezza eretta per vigilare il traffico terrestre e lacustre dell’antica Strada Regina. Recenti campagne di scavi hanno messo in evidenza la presenza di numerosi vani e percorsi interni alla cinta muraria

Castello di Rezzonico

Il castello di Rezzonico, di origine trecentesca, presenta alte mura merlate ed è probabilmente stato costruito dalla famiglia Della Torre sui resti di una precedente costruzione. La struttura è di forma trapezoidale con tre torri merlate, di cui una sovrasta la costruzione e presenta finestre ad arco acuto. Un portale ad arco acuto immette in una piazzetta erbosa all’interno della cinta muraria. Un giardino con alberi degrada verso il lago. A pochi metri dal Torrione, con due facciate interne al giardino del castello e due facciate su Piazza Castello, sorge la chiesetta detta dei Re Magi. I Magi sono raffigurati sul paliotto e sopra la nicchia della statua di Sant’Antonio.

Castello di Rezzonico

Il vin brulé

December 8th, 2014 | By Endy Broglio in Benessere, Cucina, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

Il vin brulé (Mulled Wine in inglese) è una bevanda calda a base di vino rosso, zucchero e spezie, molto diffusa nei paesi del nord europa, ma anche in Italia si trova spesso nei mercatini di Natale oppure durante le feste popolari che si tengono nel periodo invernale. In questo periodo ho visto il vin brûlé varie volte sulle bancarelle, così mi è venuta voglia di prepararlo e berlo al calduccio della mia casetta e farlo assaggiate anche ai miei, così mi sono attrezzata e detto fatto era sulla mia tavola. Potete prepararlo e conservarlo in frigo per due giorni e scaldarlo al momento di servirlo, e’ ottimo per scaldarsi, accompagnare frutta secca o durante i pasti, e vista la semplicità con cui si prepara potete servirlo anche durante queste feste di natale in occasione di una visita dei vostri amici o parenti, ne rimarranno rapiti.

Vin Brulé

Il caffè è sicuramente il nettare migliore per consacrare i momenti di gioiosa comunione con amici e parenti, gustoso pretesto per scambiare quattro chiacchiere ed efficace panacea per ogni tipo di lite. A dispetto di quanto si possa credere, l’idea di consacrare il caffè a bevanda simbolo di “amicizia” non è legata alla tradizione dei territori del sud Italia, da sempre patria dell’espresso, ma alla regione più a nord del nostro amato Paese: la Val d’Aosta. La “coppa dell’amicizia” o “grolla” è un recipiente di legno, con coperchio all’estremità, caratterizzato dalla presenza di un numero variabile di beccucci dai quali gruppi di amici e/o parenti sono soliti bere una bevanda a base di caffè e grappa. Questo particolarissimo “calumet” tutto italiano è da sempre destinato a contenere il famoso caffè alla valdostana, bevuto normalmente dopo abbondanti banchetti, servito accendendo la grappa con la quale viene tradizionalmente corretto.

Grolla

Ma cerchiamo di capire meglio come avviene la preparazione di questa miscela letteralmente esplosiva. Innanzitutto serviranno quattro tazze di caffè bollente, quattro bicchieri di grappa (con una gradazione non inferiore ai 50°), un bicchierino di Cointreau, alcune scorze di limone e arancia, dagli otto ai dieci cucchiaini di zucchero. Passiamo adesso alla preparazione vera e propria. Scaldate tutti gli ingredienti in una pentolino e aspettate pazientemente che diventino abbastanza caldi; attenzione, la miscela, per quanto esplosiva, non deve mai raggiungere il punto di ebollizione, il rischio è di alterare il delicato equilibrio di sapori. Una volta raggiunta la temperatura desiderata, cospargete abbondantemente il bordo della grolla con lo zucchero, bagnatelo con qualche goccia di grappa, quindi versate il composto all’interno. A questo punto date fuoco all’alcool e mescolate il tutto fino al momento in cui lo zucchero non diventerà caramello; fatto questo, soffocate la fiamma con il coperchio stesso della grolla e decidete liberamente da quale beccuccio gustare la preziosa bevanda. Attenzione, se utilizzate una grolla nuova abbiate cura di lavarla con del caffè amaro o con della grappa, questo per evitare spiacevoli contaminazioni di sapori accentuate dall’elevata temperatura della bevanda all’interno. Consigliamo inoltre di non lavare mai la grolla con dell’acqua, ma di preferire un panno leggermente umido e caldo, ricordiamo inoltre di tenere tale recipiente lontano da fonti di calore dirette e da luoghi molto secchi, il rischio potrebbe essere quello di crepare il legno pregiudicandone l’utilizzo futuro.

Il caffè è da sempre il simbolo stesso di tutto un complesso universo di emozioni, questo in Val d’Aosta lo sanno bene; mettiamo da parte dunque tutti i pregiudizi legati alla tradizione e scopriamo insieme le infinite suggestioni emotive di un caffè bevuto da una “grolla”.

La perla della Valtellina: il Bitto

November 11th, 2014 | By Andrea Rera in Cucina, Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Wissenswertes | No Comments »

L’allevamento del bestiame nelle valli alpine iniziò, secondo alcuni cenni storici, dai celti, quando cacciati dai romani dalla pianura padana, si spinsero verso le alpi e vi trovarono sicuro rifugio dedicandosi così all’attività pastorale, la sola che potesse consentire lo sfruttamento dei fertili pascoli naturali. Appunto dai celti deriva la parola Bitto “Bitu”, ovvero perenne. Essendo impensabile che tutta la popolazione seguisse il bestiame alle quote alte ed  essendo precarie le condizioni delle vie di comunicazione, quei primi mandriani dovettero per forza di cose escogitare qualche sistema che permettesse loro di conservare nel tempo e di trasferire nello spazio il latte, il principale prodotto. La soluzione più logica fu naturalmente quella di trasformarlo in formaggio e per i celti, esperti conoscitori dell’uso del caglio, fu relativamente semplice indirizzare l’attenzione verso la produzione dei formaggi a lunga conservazione, diventando così quest’ultima un’ eccezionale capacità sin da allora; attualmente il Bitto “valli del Bitto” è l’unico formaggio al mondo che dura oltre 10 anni!Bitto

 La tradizione, o meglio l’antica tecnica di lavorazione e produzione, continua ancor oggi tramandata con sapienza e lungimiranza da generazione in generazione, di secolo in secolo, garantita dalla nostra associazione. Queste valli ancora oggi ci permettono di respirare il clima ed i segni del mondo pastorale, che indelebilmente portano impresse nei suoi aspetti più genuini e tradizionali, e ritrovare l’ambiente  rustico e frugale proprio del vivere montano, di una civiltà che scandisce la vita e il tempo delle genrti e delle vallate, di un mondo rurale profondamente radicato nella cultura locale, sorto e sviluppatosi attorno all’allevamento del bestiame ed alla trasformazione del latte in un prodotto molto raffinato.

MuccaIl formaggio Bitto ha origini remote nel tempo e radicate nel comprensorio alpino delle valli del bitto di Albaredo e Gerola, nel cuore del parco delle Orobie Valtellinesi. Il Bitto è stato riconosciuto dall’unione europea on il marchio DOP (denominazione di origine protetta). E un formaggio d’alpe grasso a pasta semicotta, di media derezza e media stagionatura. Maturo si presenta in forme cilindriche regolari con diametro di 40-50 cm, altezza di 9-12 cm e un peso variabile dai 9 ai 20 Kg. La pasta, compatta, di colore variabile dal bianco al giallo paglierino a seconda della stagionatura, presenta occhiatura rada ad occhio di pernice. Le varie fasi produttive si svolgono secondo gli usi tradizionali, legati alle caratteristiche ambientali, nel periodo compreso tra il 1 di Giugno ed il 30 di Settembre. Il latte di vacca appena munto aggiunto a quello caprino(10-20%) ottenuto dalla razza Orobica (razza autoctona a rischio di estinzione),  e immerso nelle tradizionali caldaie in rame a forma di campana rovesciata, ove è riscaldato mediante fuoco a legna e portato a una temperatura di 35-37° C. Si aggiunge in seguito il caglio di vitello; la cagliata viene poi rotta molto finemente e, nei giro di 2 ore, viene portata alla temperatura finale di 50-52° C. Una volta estratta la pasta viene posta in fasciere in legno che conferiscono il caratteristico scalzo concavo. In legno perché i produttori delle valli del Bitto lo ritengono indispensabile per la sua caratteristica insostituibile di porosità e di traspirabilità,che permette al formaggio, durante la formatura e la salatura a ecco di asciugare,e, di respirare. In oltre tutta l’attrezzatura tradizionale in legno e fondamentale per mantenere le caratteristiche di tipicità in ogni alpeggio, dovute in parte alla microfibra che vi si instaura,creando una barriera contro l’insediamento di altri microbi anticaseari. La maturazione inizia nelle “casere d’Alpe” e si completa negli stabilimenti di fondovalle sfruttando il naturale andamento climatico della zona di produzione. La maturazione deve essere protratta per almeno settanta giorni. Dopo almeno un anno di stagionatura il prodotto può essere utilizzato grattugiato come condimento. La stagionatura può protrarsi anche per diversi anni, senza alterare le caratteristiche organolettiche e strutturali del formaggio.

 

Ottobre 2003 Ufficializzato il presidio Bitto “Valli del Bitto”. Il presidio nasce per tentare di salvare un grande formaggio a rischio estinzione.

Il Bitto è, senza dubbio, uno dei simboli della tradizione casearia: formaggio di grande tradizione  e straordinaria attitudine all’invecchiamento, e legato in maniera profonda alle montagne da cui prende origine. Il nucleo storico della sua produzione si individua nelle valli formate dal torrente da cui prende il nome, le valli Gerola e Albaredo, in provincia di Sondrio. E il formaggio che si produce negli alpeggi di queste valli, ad un altitudine che va dai 1400 ai 2000 metri, conserva caratteristiche speciali. I caricatori, infatti sono impegnati a mantenere tutta una serie di pratiche tradizionali che esaltano la qualità del formaggio, oltre che a svolgere un ruolo basilare nella conservazione dell’ambiente e della biodiversità alpina. Innanzitutto, praticano il pascolo turnato: nei tre mesi di alpeggio, la mandria è condotta attraverso un percorso a tappe, che va dalla stazione più bassa a quella più alta. Lungo la via i tradizionali calècc- millenarie costruzioni in pietra- fungono  da baita di lavorazione itinerante, sempre a portata di mano,in modo che il latte non debba viaggiare, se non per pochi metri, e possa essere lavorato prima che il suo calor naturale si disperda. Un’altra pratica, promossa dai produttori delle valli del Bitto, è la monticazione, insieme alla mandria bovina, di alcuni capi di capra Orobica. Il latte di questi animali entra per il 10-20% nella produzione del Bitto e gli conferisce una specialòe aromaticità e persistenza. Per assicurare il massimo controllo delle condizioni sanitarie del bestiame, gli allevatori mungono solo a mano.La salatura del formaggio avviene a secco; in questo modo si forma una crosta più delicata,garanzia di una migliore maturazione. E inoltre espressamente vietato l’uso di integratori nell’alimentazione dei bovini e l’uso di addittivi, conservanti o fermenti selezionati nella produzione del formaggio.

Stagionatura

 E l’associazione di produttori di formaggio Bitto che comprende i 15 caricatori d’alpe rilevati degli alpeggi storici delle valli Gerola e Albaredo per S.Marco (Valtellina-Lombardia). Questi sono gli attuali produttori di quello che  e considerato fra i migliori formaggi d’alpe conosciuti e sicuramente l’unico al mondo in grado di essere invecchiato perfettamente oltre 10 anni, possibilità questa che si verifica quando si fondono e si ottimizzano tutte le condizioni naturali che generano questo formaggio, legate a:

Abilità del casaro-  condizioni fisiche della vacca- qualità dell’erba determinata dalle condizioni climatiche e del particolare sistema di pascolo (pascolo turnato)- obbligo del 10-20% di latte di capra Orobica o della Valgerola. Dunque questo è un formaggio che può variare secondo mutazioni naturali, i casari lo sanno e possono quindi pilotare l’invecchiamento delle forme più adatte.

Written by Giancarlo Sgró, Maitre