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L’ex ferrovia Porlezza-Menaggio

August 7th, 2017 | By Valentina Guerranti in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più, Umgebung, Wissenswertes | No Comments »

La città di Porlezza è da sempre riconosciuta come località turistica.

Infatti, possiamo ritrovare i primi cenni di turismo già a partire dall’inizio dell’’800.

Tra il 1815 e il 1915, i comuni del porlezzese erano governati dagli austriaci. Essi portarono grande beneficio alla località, costruendo opere pubbliche di fondamentale importanza come scuole, fognature, acquedotti, strade e trasporti pubblici.

Questi ultimi resero accessibile la zona per l’arrivo dei primi turisti di giornata.

Tra le opere più importanti troviamo:

  • La strada odierna Porlezza-Menaggio (1839)
  • La ferrovia Porlezza-Menaggio (1885-1966)
  • I battelli del Ceresio

La seconda metà dell’’800, corrisponde in modo particolare al periodo di rapido sviluppo del trasporto ferroviario.

Proprio in questi anni si aprì la prospettiva di collegare le regioni dell’Europa centrale con la regione dei grandi laghi lombardi, sfruttando il traforo del Gottardo e sostituendo così le vetture celeri a cavallo.

ferrovia menaggio-porlezza

Nel 1881 il Canton Ticino inaugurò la ferrovia del San Gottardo e da questo punto si iniziarono a creare tutti i collegamenti ticinesi che portarono anche allo sviluppo del progetto della linea che collegava Italia e Svizzera.

Risale al 1872 il progetto di collegare con tracciati ferroviari e linee di battelli il Lario, il Ceresio e il Verbano, in maniera tale da poter unire gli importanti paesi di Menaggio e Luino con la città di Lugano, nella Svizzera italiana.

Il progetto iniziale consisteva in un collegamento circolare straordinario:

Lugano – Porlezza – Como – Milano – Porto Ceresio – Lugano, ai fini turistici e di agevolazione nello scambio delle merci. Purtroppo il progetto venne realizzato soltanto in parte. I collegamenti effettivi furono Luino –Lugano con linea ferroviaria, Lugano-Porlezza con il battello e da Porlezza a Menaggio ancora linea ferroviaria.

In particolare, la ferrovia Porlezza- Menaggio fu inaugurata mercoledì 8 ottobre 1884 e aprì al servizio pubblico il lunedì 17 novembre dello stesso anno. Questa linea ferroviaria era forse l’unica in Europa per la sua caratteristica di essere a scartamento ridotto, ossia avere la larghezza tra i binari molto più stretta del dovuto. La lunghezza del tragitto era di ben 12 km: questa era considerata una distanza straordinaria all’epoca dato soprattutto il dislivello tra i due laghi. Purtroppo, alcuni anni dopo, con lo scoppio della I Guerra Mondiale, finì il periodo d’oro della ferrovia. Inoltre, iniziava a farsi sentire la concorrenza, in special modo dei primi autobus che, in servizio parallelo, costavano meno ed erano più veloci. Questo portò, infine, con autorizzazione ministeriale, il giorno 31 ottobre 1939 alla cessazione dell’esercizio sulla ferrovia Menaggio-Porlezza. Dopo la seconda guerra mondiale si tentò di ripristinarla, ma inutilmente.

Percorsa nel 2014, sopravvivevano solo poche tracce della ferrovia, poiché in alcuni punti è stata trasformata in pista ciclabile, o sfruttata per l’edificazione di alcuni stabili. A Menaggio l’edificio della stazione è stato ristrutturato, mentre il fabbricato della fermata di Tavordo (Porlezza) è l’unico rimasto integro. Di contro, il fabbricato della stazione di Porlezza è stato demolito definitivamente il 9 marzo 2015. Ora il tracciato di questa ferrovia è diventato un interessante percorso pedonale per una bella camminata tra l’azzurro dei laghi e il verde delle montagne.

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written by Sara Camozzi

Alpeggi nelle nostre valli

July 31st, 2017 | By Endy Broglio in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più, Umgebung, Wissenswertes | No Comments »

Raggiungo San Nazzaro Val Cavargna nell’omonima valle, abbandono la SP10 per proseguire su Via Tecchio e giungere a quota 1300 m dove trovo un piccolo parcheggio nel bosco (spazio per 5/6 macchine). Nella stagione invernale questo tratto di strada è spesso impercorribile perché ghiacciato o innevato.

É facile raggiungere Cavargna (1071 m) che, con le sue frazioni di Mandraco (1139 m) e Vegna (1119 m), è il comune più alto della provincia di Como. Di origine pre-romana, Cavargna presenta un aspetto relativamente moderno, con poche testimonianze del suo passato. Anche la chiesa parrochiale di S.Lorenzo è stata costruita nel 1967 e del precedente edificio secentesco conserva solo il campanile. Caratteristico è il cosidetto “bosco sacro”, a monte dell’abitato, che ha conservato nel tempo la sua funzione di barriera antivalanghe.

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Nel Museo della Valle (sorge nei pressi della chiesa parrocchiale) è possibile visitare nelle sue dieci sale gli ambienti tipici della cultura contadina della valle. Di particolare interesse sono le ricostruzioni dedicate ai “magnani” (calderai), agli “spalloni” (contrabbandieri) e alle tecniche di estrazione del minerale ferroso. Da Cavargna, per un tortuoso percorso stradale che porta fino a Buggiolo, in Val Rezzo, si raggiunge il Passo della Cava (1148 m) e poi il piccolo nucleo di Dasio Val Rezzo dove, nei pressi dell’ex caserma della Guardia di Finanza (1180 m), si lascia la macchina. Qui ha inizio il tracciato per S.Lucio e l’Alpe di Tabano. Il colpo d’occhio sulla Val Rezzo è ampio e rilassante. Il facile percorso si snoda fra cespugli di ginestre che in primavera si colorano di un giallo fosforescente. Una ragnatela di sentieri permette di evitare i tornanti della strada che, zigzagando, si inerpica tagliando il fianco della montagna. In poco più di un’ora si arriva alla “chiesetta del Cepp” dove c’è un’area attrezzata per la sosta. E’ questo un punto di sosta obbligatorio per chi percorre il “Sentiero delle 4 Valli”, provenendo da Cavargna, prima di scendere verso Seghebbia e per le mandrie di mucche (per loro c’è un grande abbeveratoio), quando transitano in occasione della transumanza verso gli alpeggi.

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Ripreso il cammino, si attraversa un maestoso faggeto e si sbuca nei pressi di un roccolo (1380 m) per poi imboccare sulla sinistra il sentiero che, snodandosi in salita a monte della strada, in mezzo ai cespugli di mirtilli e di rododendri, vi porta fin sotto l’oratorio di San Lucio (1542 m). Questo edificio, esistente già nel sec. XIV, è stato più volte ampliato e rimaneggiato, ma ha conservato intatto nel tempo il suo fascino, rievocato all’interno dai bellissimi affreschi tardogotici recentemente restaurati. La tradizione popolare identifica in San Lucio un mandriano locale, vissuto nel sec. XIII, che fu ucciso dal padrone, in quanto troppo caritatevole nei confronti dei poveri (l’iconografia popolare lo raffigura intento a distribuire loro del formaggio). San Lucio venerato come patrono dei mandriani e dei casari, viene ricordato il 12 luglio di ogni anno, dagli abitanti di Cavargna che si recano in processione fino all’oratorio e il 16 agosto, giorno di S.Rocco, con una festa popolare, che riunisce gli abitanti delle valli limitrofe italiane e svizzere. Nei pressi il rifugio S.Lucio , ricavato dall’ex caserma della Guardia di Finanza ed offre quanto meglio serve agli escursionisti in cerca di ristoro.

 

Proseguire verso il Monte Garzirola è facile: basta seguire lo sterrato che porta in direzione dell’Alpe Tabano, passare accanto alla grande bolla chiamata “il laghetto di San Lucio”, dove la leggenda dice che il santo sia stato ucciso, proseguire sulla sinistra lungo la linea di confine, ancora visibile per i brandelli di reticolato abbandonato e per alcuni cippi dedicati ai militari delle Fiamme Gialle morti nel tentativo di contrastare il fenomeno di contrabbando.
Non alberi, ma un manto di erba e di fiori, che copre il dolce crinale vi accompagnerà fin sotto la cima della Garzirola. Fino al piano (1976 m), dove sorge l’omonimo rifugio (anche questo ricavato da un ex caserma e aperto solo nei mesi estivi), che invita ad una sosta prima di salire fino alla grande croce posta sulla cima rocciosa (2116 m), ormai vicinissima. Da qui, nelle giornate più limpide, si possono osservare a 360° laghi e monti in un susseguirsi di visioni mozzafiato.

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Vini naturali, biologici e biodinamici

May 15th, 2017 | By Andrea Rera in Cucina, Gastronomia, Parco San Marco | No Comments »

frutto della passione, dell’amore e della sapiente opera di piccoli produttori.

Il vino, come il cibo, deve essere buono e non nuocere alla terra! Deve rispettare il territorio, il lavoro del contadino e la tradizione del passato.
Questa è un po’ la nostra filosofia all’interno della Cantina del Parco San Marco. Abbiamo introdotto nuove etichette di vini naturali, biologici e biodinamici, provenienti da ogni regione d’Italia e da tutto il mondo.

Vogliamo far assaggiare ai nostri clienti il vero vino del territorio, la sapienza dei vignaioli che di generazione in generazione tramandano il sapere di fare un buon vino, un vino naturale, che utilizza solo la forza della natura e l’amore di chi lo coltiva e lo produce.

Siamo così andati a cercare le piccole cantine, a conoscere i loro personaggi: da chi coltiva le viti, a chi imbottiglia il vino fino a chi lo commercializza e lo fa conoscere al mondo. Abbiamo scoperto che dietro a questi vini ci sono volti di persone, con le loro storie da raccontare, con le loro esperienze e soprattutto con il loro amore e la passione che ci mettono per creare un buon prodotto.

Avec toi!

La maggior parte dei vini attualmente prodotti nel mondo sono standardizzati, cioè ottenuti con tecniche agronomiche ed enologiche che mortificano l’impronta del vitigno, l’incidenza del territorio e la personalità di chi li produce. Noi vogliamo proporre vini che emozionino, grandi vini che arrivano dal frutto del lavoro artigianale e agricolo dell’uomo, che non contengono sostanze chimiche, né additivi nè anidride solforosa, che utilizzano soltanto lieviti naturali e rispettino il naturale ciclo della vita.

Vi proporremo vini ricchi di personalità!
Vi racconteremo di come Aldo Viola, dalla bellissima Sicilia, produca uno dei più buoni Syrah italiani ed un Grillo ed un Catarratto così franchi e sinceri da restare ammalliati dall’esplosione di profumi e sentori che si racchiudono in un calice.

Assaporeremo le fragranti bollicine della Franciacorta di Ca’ del Vent che coltiva le sue viti con la coltura biodinamica, la freschezza delle uve delle colline abruzzesi passando per il Pecorino, la Passerina e il Montepulciano d’Abruzzo dell’azienda Agricola di Marina Palusci.

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Andremo ad esplorare il resto del mondo con lo Chardonnay, nei pressi di Macon, da Jill e Chatrine Vergè, con la loro radicale espressione di terroir delle loro vigne centenarie, scaleremo i monti macedoni con Jason Ligas per addentrarci nella macerazione naturale non controllata di vitigni al mondo sconosciuti ma dalle note fruttate e intense e ricche di storia. Arriveremo fino in Giordania dal maestro della fermentazione e dell’affinamento in anfora, Soliko Tsaishvili che dai suoi vitigni autoctoni come il Rkatsiteli e il Saperavi produce vini eccelsi, dal sapore inconfondibile, decisi, potenti, tannici e terrosi.

written by Arianna Anselmetti, Maître d’hôtel

Colico

December 19th, 2016 | By Wendy Koppen in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

Colico, ultimo paese della sponda orientale del Lago di Como, è una meta di appassionati di sport nautici e kitesurf. Questo paese è un importante snodo turistico, sia per chi intende rilassarsi lungo le sue rive o passeggiare per le sue montagne, sia per chi vi transita in direzione della Val Chiavenna o di rinomate località alpine, come Madesimo, Bormio, Livigno e St Moritz. Essendo stata nei secoli passati crocevia di importanti vie di comunicazioni, tutta l’area di Colico fu munita fin dall’età medievale di numerose fortificazioni tra cui sono il Forte di Fuentes del XVII Secolo e il Forte Montecchio Nord risalente alla Prima Guerra Mondiale.

Il Forte di Fuentes è un forte spagnolo del XVII Secolo voluto dall’allora Governatore dello Stato di Milano, Pedro Enriquez de Acevedo Conte di Fuentes per impedire l´espansione della Repubblica delle Tre Leghe Grigie (i moderni Grigioni svizzeri) che intendeva allargare il proprio dominio dalla Valtellina e dalla Valchiavenna fino all’Alto Lago di Como.

Realizzato a partire dal 1603 al 1609, fu oggetto di revisioni e aggiornamenti fino al 1627. Costruito sopra il Montecchio Est, che domina la riserva naturale del Pian di Spagna, è uno dei pochi esempi ancora esistenti della dominazione spagnola del secolo descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi.

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Fu motivo di contesa in tutti i suoi quasi 150 anni di vita operativa fino al 1736 quando venne coinvolto nei combattimenti per la guerra di successione polacca. Allora possedimento degli Austriaci, fu conquistato dai gallo sardi (i francesi alleati ai piemontesi), ultima fortezza del sistema difensivo austriaco ad arrendersi dopo una resistenza di tre giorni. Venne poi riconquistato dagli austriaci e perse definitivamente valore militare nel 1782, quando l’imperatore Francesco Giuseppe lo dichiarò decaduto.

Il Forte di Fuentes fu distrutto nel 1796 per espresso ordine di Napoleone. Nel 1916 vennero create sulla sommità del monte, dove c’era l’antica “tenaglia” del Forte, otto postazioni da cannone blindate con annessa polveriera sotterranea e riservette. Oggi del Forte di Fuentes si conservano solo le rovine, situate tra la vegetazione del Colle del Montecchio. Il complesso, tuttavia, presenta ancora qualche spunto di interesse, come i resti della cosiddetta “Tenaglia” e della cappella.

Il Forte Montecchio Nord è l’unico forte della Prima Guerra Mondiale ancora intatto, la fortezza della Prima Guerra Mondiale meglio conservata in Europa.

Progetto realizzato su due piani in cemento e pietra tra il 1911 e il 1914, è strutturato in un corpo centrale e una ala, con gli alloggi dei militari, collegati da una galleria nella roccia. L’interesse maggiore per la costruzione è dato dai quattro cannoni originali, i più grandi d’Italia, i cui meccanismi di funzionamento sono ancora intatti. All’interno si trova, anche, un piccolo museo della guerra.

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Dalla sua posizione dominante offre un panorama unico e suggestivo del lago di Como e delle montagne della Valtellina e della Valchiavenna.
Forte Montecchio Nord, realizzato in pochi mesi, a ridosso della Prima Guerra Mondiale, è una delle grandi opere fortificate su cui si impernia il complesso sistema difensivo della Frontiera Nord verso la Svizzera. Questo fu concepito e realizzato dal Regno d’Italia a protezione di un eventuale possibile attacco in forze attraverso la Confederazione Elvetica proveniente dalla Germania o dall’Austria-ungheria.

Il sistema concentra le proprie strutture in corrispondenza delle maggiori vie d’accesso verso la Pianura Padana: il Gran San Bernardo, il Sempione, il San Gottardo, lo Spluga, il Maloja, il Bernina, lo Stelvio e la linea Tonale-Aprica, direttrici già tutte dotate, all’inizio del ‘900, di importanti strade e ferrovie.

Forte Montecchio Nord è collocato strategicamente nel punto di convergenza di ben cinque di queste direttrici, il cui controllo era teso ad impedirne lo sbocco verso Milano.

Durante la prima guerra mondiale, nonostante l’importante posizione strategica, il forte non fu mai coinvolto in azioni di guerra. Il 27 aprile 1945 furono sparati cinque colpi che fecero arrestare l´avanzata tedesca, anche se nessun colpo andò a segno. Dopo quei cinque colpi, i cannoni del Montecchio restarono in silenzio fino al 1947 quando, sparando 20 colpi verso la conca del monte Legnone, aprì il fuoco per l´ultima volta, in occasione delle solenni esequie di Leopoldo Scalcini, comandante partigiano che venne catturato e fucilato dai fascisti. Il Forte Montecchio Nord o, per esteso, Forte “Aldo Lusardi” al Montecchio Nord di Colico è ora un’opera fortificata non più in uso a scopi militari ma è stata musealizzata a partire dal 2009.

written by Silvia Crosta, Prenotazione

La Val Cavargna ed il presepe vivente

December 5th, 2016 | By Endy Broglio in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

La Val Cavargna, sita nel territorio delle Alpi Lepontine, dista solo 50 chilometri da Como e si colloca tra il Lago di Como e il Lago di Lugano (tra Menaggio e Porlezza), da 600 m sopra il livello del mare. Il suo territorio, confinante con le valli Rezzo e Sanagra, si estende su un intervallo altitudinale di oltre 1500 m. La valle si imbocca presso una svolta, in località “Ponte di Pino” (Carlazzo), raggiungibile salendo da Menaggio o venendo dalla Svizzera (Lugano).

In questa ampia vallata sono dislocati quattro piccoli comuni composti complessivamente da meno di 2300 abitanti; lungo la strada che giunge a Vegna (frazione di Cavargna) incontriamo in ordine: Cusino (800 m), San Bartolomeo (850 m), San Nazzaro (995 m) e Cavargna (1070 m); tutti centri dispersi lungo l’asse vallivo del Cuccio. La zona, attorniata da splendide montagne che conferiscono al paesaggio un aspetto aspro e selvaggio, rievoca nella mente dei visitatori immagini del passato.

Val Cavargna

L’asperità dell’ambiente e le difficili, se non inesistenti vie di comunicazione, (soprattutto nella stagione invernale), nei tempi passati, hanno fatto della valle, un luogo chiuso in se stesso ma altrettanto ricco di tradizioni e di costumi così cari agli abitanti.

Qui, infatti, durante alcune feste popolari, il turista può ancora respirare un’aria tutta antica e unica difficilmente riscontrabile in altre località. La valle, comunque, e in particolare il Passo S. Lucio, fu un’importante via di comunicazione nel corso dei secoli già a partire dall’epoca romana, in quanto è possibile spostarsi lungo il crinale che giunge al passo S. Jorio e da qui scendere fino a Musso e a Dongo.

Quest’anno il Gruppo Folclorico Val Cavargna e il Corpo Musicale Santa Cecilia, assieme alle altre associazioni valligiane, alle amministrazioni comunali e alle parrocchie, dopo un anno di pausa tornano ad organizzare l’ormai famoso Presepe Vivente di Sora (frazione di San Bartolomeo V.C.), giunto alla 16° edizione. Il Presepe conta più di 120 figuranti, ogni anno riscuote un grande successo e si è trasformato in una vera e propria tradizione delle nostre zone.

La particolarità di questo Presepe è il fatto che la Natività è rappresentata non nella Palestina di 2000 anni fa, ma bensi’ in un piccolo borgo alpino di fine Ottocento. Magnani, boscaioli, contadini, sarte, lavandaie, contrabbandieri e tanti altri figuranti mostreranno ai visitatori come vivevano i nostri trisnonni.

Un piccolo evento davvero unico nel suo genere, a pochi minuti in auto dal nostro Resort!

written by Endy Broglio, Maintenance Manager

La stagione degli amori dei cervi

October 24th, 2016 | By Deborah Giorno in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più, Sapienza, SPA San Marco, Umgebung, Wissenswertes | No Comments »

Ogni anno, da metà settembre a metà ottobre circa, i cervi maschi si separano per sfidarsi a suon di bramiti e cornate  per potersi riprodurre. Camminando per i boschi, in questo periodo si odono suoni strazianti e di intensità impensabile, sono i bramiti degli ungulati che, durante la stagione degli amori, sono avvicinabili con maggior facilità perchè distratti dalle femmine. Può capitare di scorgere anche un solo cervo maschio con 5 o anche 10 cervo femmine intorno. Esso solitamente si sposta sui pendii o nei prati dove può procacciarsi cibo ed è pronto in ogni istante ad ingaggiare battaglia contro i suoi.

Rutting season beginsLotta tra due cervi in amore (Ansa.it)

Dopo questo mese di bramiti, le femmine cercano un luogo sicuro e tranquillo dove passare i primi periodi della gestazione. Prima della nascita di un piccolo dovranno passare 260 giorni. I cerbiatti rimarranno con la madre finchè non inizierà una nuova stagione degli amori e verranno scacciati dai cervi adulti. I piccoli cerbiatti potranno cominciare a procreare solo dal terzo anno di maturità.

 Non toccare mai i cuccioli nel bosco!

Il comune di Bene Lario (piccolo paesino che dista solo 11Km dal Parco San Marco) ha adottato un cucciolo di cerbiatto. Il piccolo cervo, a pochi giorni dalla nascita, era stato trovato nei boschi di Grandola ed Uniti da alcune persone che lo hanno creduto in difficoltà e raccolto. Il cerbiatto, in realtà stava solo acquattato in attesa della madre, ma il contatto con l’uomo ne ha irrimediabilmente reso impossibile il ritorno dal genitore. Così il Comune di Bene Lario ha messo a disposizione un’area recintata già presente sul territorio comunale e ha accolto il giovane animale. Il cervo rimarrà definitivamente separato dai suoi simili a causa dell’intervento maldestro da parte dell’uomo poiché toccare il cucciolo fa si che la madre non riconosca più il cucciolo per via dell’odore umano sovrapposto. Per questo il comune di Bene Lario e la Riserva Naturale Lago di Piano rinnovano l’appello a non raccogliere né toccare i cerbiatti nel caso dovesse capitare di incontrarli nel bosco poiché non sono affatto abbandonati. Se non li si tocca, infatti, la madre tornerà dal piccolo.

 

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Il giovane cervo adottato dal Comune di Bene Lario (Foto Denti)

 

Dove e quando ascoltare il bramito dei cervi

Fra settembre ed ottobre, in coincidenza con la stagione degli amori, in molte aree naturali e parchi nazionali, vengono organizzate escursioni con guide per osservare i cervi in amore. Camminare in montagna per riuscire ad udire il potente bramito dell’ungulato è già di per sè un’esperienza emozionante, riuscire a scorgere i cervi nella natura lo è ancora di più! Buon bramito a tutti!

Scritto da Stefano Della Valle

Prodotti del Parco San Marco

September 27th, 2016 | By Paola Mazzo in Cucina, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

La nostra proposta culinaria mira all´esaltazione dalla materia prima, del prodotto non modificato geneticamente, il più possibile biologico e in particolare per la frutta, la verdura e i formaggi il più possibile a chilometro zero, utilizzando anche le erbe aromatiche selvatiche delle nostri valli e del nostro lago.

In tavola portiamo inoltre i nostri prodotti, fatti esclusivamente per il Parco San Marco, nel rispetto della biodiversità, dalla pasta manufatta con grani antichi di Sicilia, al miele del Lago di Como passando per l´olio extra vergine d´oliva umbro.

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LA PASTA DEL PARCO SAN MARCO

Per le Paste del Parco San Marco vengono utilizzate esclusivamente farine provenienti dal campo di grano antico che abbiamo adottato presso il paese di Morgantina, nella Sicilia sud orientale, nell´ambito del progetto “Terre Frumentarie” patrocinato dal custode dei semi della tradizione per la biodiversitá del Mediterraneo, Giuseppe Li Rosi.

I frumenti coltivati ed utilizzati per la nostra pasta sono Senatore Cappelli, Margherito e Strazzavisazzi (detto anche Perciasacchi) e crescono secondo natura, senza quindi l´utilizzo di diserbanti o sostanze chimiche. Il nostro frumento è piú digeribile rispetto a quello usato per la produzione delle paste in commercio ed è naturalmente ricco di nutrienti sani per l´organismo come proteine e glutine destrutturato. Il nostro semolato contiene infatti fino al 70% di glutine in meno rispetto alla comune pasta industriale.

La nostra pasta viene manufatta dall´azienda agricola Damigella nel rispetto delle tradizioni italiane e della biodiversità del territorio e del grano. I semolati macinati a pietra conferiscono, insieme alla lenta lavorazione e alla trafilatura a bronzo, la giusta rugosità e il giusto colore alla pasta, che viene poi essiccata in modo lento, su telai di legno.

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La Pasta del Parco San Marco si contraddistingue per il profumo intenso che ricorda il sapore dell´antica tradizione della pasta italiana, di quella pasta fatta in casa, insieme alle nostre nonne, tutti intorno ad un unico tavolo.

OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA

Il nostro olio di oliva biologico extra vergine D.O.P. viene prodotto dall´Azienda Agricola Ferriccio Iannarilli in Umbria.

L´azienda é certificata biologica e nasce da una tradizione familiare che risale all’inizio degli anni 50. Questa antica passione per la genuinità ha spinto Iannarilli Ferruccio a creare questa azienda agricola gestita con tecniche agronomiche moderne ed una accurata attenzione per la qualità.

Le tecniche utilizzate per la produzione dell´olio servito nei nostri ristoranti sono finalizzate ad esaltare le caratteristiche di un prodotto alla base della dieta mediterranea.

Il nostro olio si distingue per un colore verde brillante e per un sapore ed un aroma molto pronunciati. Viene prodotto esclusivamente con olive proprie raccolte mediante brucatura manuale.

written by Paola Mazzo, Marketing Manager

Padiglione meditativo Buddah

September 19th, 2016 | By Roberto Fornari in Benessere, Parco San Marco, Sapienza, SPA San Marco | No Comments »

La realtà di un mondo che tramite lo yoga si raggiunge uno stato di estasi

Il Kathopanisad descrive così lo Yoga: «Quando i sensi si sono calmati, quando la mente riposa, quando l’intelletto non tentenna, allora, dice il saggio, il più alto stadio è raggiunto. Questo costante controllo dei sensi e della mente è stato definito Yoga. Chi raggiunge tale controllo è libero dalla delusione».

Sicuramente un luogo per potersi ispirare per praticare tale disciplina si può trovare al Parco San Marco

Buddha Pavillon
Lo yoga è una pratica millenaria di antichissime origini che ancora oggi viene utilizzata da migliaia di uomini e donne nel mondo per la cura e il mantenimento del proprio equilibrio psicofisico.

La parola Yoga deriva dalla radice sanscrita «Yug» che significa legare assieme, unire, soggiogare, dirigere e concentrare l’attenzione, usare ed applicare. Significa anche unione o comunione, ed è la vera unione della nostra volontà con quella di Dio.
Meraviglioso.

Ma torniamo al significato. Significa anche unione in perfetto equilibrio di tutte le componenti del nostro essere: corpo, mente, spirito.

«Essa perciò significa» dice Mahadev Desai nella sua introduzione alla “Gita according to Gandhi”, «il soggiogamento di tutti i poteri del corpo, della mente e dell’anima a Dio; significa inoltre disciplinare l’intelletto, la mente, le emozioni, la volontà, condizioni presupposte dallo Yoga; significa equilibrio dell’anima che rende capaci di guardare alla vita con equanimità in tutti i suoi aspetti».

Le origini dello Yoga sono quasi sicuramente pre-arie, in quanto si trovano allusioni a questa disciplina nei reperti archeologici della civiltà della valle dell’Indo.

La parola Yoga fu usata in India fin dall’epoca vedica nel senso proprio di “controllo della mente e dei sensi”, come esposto nelle Upanisad (sthiram indriya-dharanam).

Lo Yoga è uno dei sei sistemi ortodossi della filosofia indiana. Esso fu codificato, coordinato e ridotto a sistema da Patanjàli, nella sua opera classica, lo Yoga sutra che è composto da 196 concisi aforismi e rappresenta l’arte e la scienza dello Yoga.

Nel pensiero indiano, tutto è permeato dallo Spirito Universale Supremo (Paramàtmà o Dio) di cui lo spirito umano individuale (jivàtmà) è una parte. Lo Yoga è così chiamato poiché insegna i mezzi con i quali lo jivàtmà può essere unito, o essere in comunione con il Paramàtmà, così da assicurare la liberazione (moksa).

L’anima umana, o jivàtmà, è una faccia, o espressione parziale, della super-anima o Paramàtmà la Realtà divina che è fonte o sostrato dell’universo manifesto. Sebbene, in essenza, le due anime siano una sola e indivisibile, tuttavia il jivàtmà si è, soggettivamente, separato dal Paramàtmà ed è destinato, dopo aver completato un ciclo evolutivo nell’universo manifesto, a riunirsi ad esso nella coscienza.

La parola “Yoga” concerne uno stato. Uno stato di unità, uno stato senza separazione né divisioni. Lo “Yoga”, non è un una tecnica, non si tratta di copiare una forma. Yoga è unicamente, esclusivemente un’esperienza. Per conoscerla non si può che viverla. E la caratteristica di questa esperienza è di essere sempre personale. Non esiste in questa ricerca un’esperienza tipo.

Buddha Pavillon

Nel sesto capitolo della Bhagavad Gita, Sri Krishna indica ad Arjuna il significato di Yoga: «Quando la mente, l’intelletto e l’io (ahamkàra) sono sotto controllo, liberi da desideri e stabiliti nello spirito, allora l’uomo diventa uno Yukta – uomo in comunione con Dio. Una lampada non tremola quando non soffiano venti; così è per uno yogi, che controlla la sua mente, il suo intelletto e il suo io, assorto nello spirito che è in lui. Quando la pratica dello Yoga placa l’agitazione della mente, dell’intelletto e dell’io, lo yogi, con la grazia dello Spirito in lui, trova completo appagamento. Così conosce l’eterna gioia, che è al di là del confine dei sensi e che la ragione non può afferrare. Rimane in questa realtà e non si allontana da essa. Ha trovato il tesoro al di sopra di tutti gli altri. Non vi è niente di più alto di tutto ciò. Colui che lo ha capito, non può essere toccato dalle sventure più grandi.

Questo è il vero significato di Yoga: una liberazione dal dolore e dalla sventura».

Cosi la parola Yoga racchiude l’aspirazione umana diretta al raggiungimento della pace interiore e della felicità.

written by Roberto Fornari, Operations Manager

Alla scoperta della cucina giapponese

September 6th, 2016 | By Michele Pili in Cucina, Gastronomia, Parco San Marco, Per saperne di più, Sapienza | No Comments »

Continuiamo la nostra scoperta della cucina giapponese analizzando ora i rischi per la salute.

Nonostante la cucina giapponese, sia una cucina antica, ricca di tradizioni e salutare, ci sono delle informazioni che qualsiasi amante di questa dovrebbe conoscere.

Il pesce crudo può essere contaminato infatti da diversi microrganismi, che provocano infezioni. gastrointestinali, causate non solo da Escherichia coli o Salmonella, ma anche dai più pericolosi Anisakis o Opisthorchis, diffuse fino a poco tempo fa solo in alcune aree geografiche.
L’Anisakiasi è provocata dall’ingestione di pesce poco cotto o crudo contaminato dalle larve di un parassita, l’Anisakis, che può infestare diversi pesci, come sardine, aringhe, acciughe, sgombri, totani e calamari, tonno, salmone, merluzzo, nasello.

Una volta ingerita, la larva (un vermicello filiforme, visibile anche a occhio nudo, lattiginoso e lungo 1-2 cm) spesso muore e non provoca sintomi, ma in altri casi può manifestarsi con forme cliniche sistemiche o gastrointestinali. Le prime determinano sintomi allergici di varia gravità, che spaziano dall’orticaria, all’angioedema, fino allo shock anafilattico e sono causate da una reazione allergica verso le proteine del parassita.

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Altrettanto gravi le forme gastrointestinali: sono dovute alla formazione di granulomi della parete gastrointestinale, causate da una reazione alle larve del parassita.

In proposito esiste una normativa europea (CE 853/2004) in tema di sicurezza alimentare, che obbliga produttori e negozianti a congelare tutto il pesce commercializzato (quindi anche il crudo) a -20 gradi per almeno 24 ore e che deve essere estesa anche ai prodotti che subiscono un’affumicatura, come aringhe, salmone e sgombri. Una circolare emanata dal Ministero della Salute stabilisce inoltre che i prodotti della pesca destinati al consumo crudo o praticamente crudo e che hanno subito il trattamento di bonifica preventiva attraverso il congelamento a -20° C per almeno 24 ore, debbano essere accompagnati da una certificazione del produttore. Se la normativa viene rispettata non si corrono rischi.

Questo trattamento assicura così come la cottura per almeno dieci minuti a 60° la completa disattivazione delle larve, mentre la marinatura con aceto, limone, la salagione, l’affumicatura non bastano a distruggere le larve di Anisakis, molto resistenti agli acidi (aceto, limone e acido cloridrico dello stomaco).

Alcune forme di sushi, specialmente quelle contenenti il pesce palla fugu e certi tipi di molluschi possono causare avvelenamento da tossine nel caso la preparazione non sia adeguata. In particolare il fugu possiede, all’interno dei proprio organi, una dose letale di tetrodotossina; per questo, in Giappone, deve essere preparato da chef provvisti di una licenza rilasciata dal governo dopo il superamento di un esame specifico.
Il consumo di pesce è la più importante causa di esposizione all’ingestione di mercurio negli animali e negli esseri umani. Alcuni grandi pesci, come il tonno azzurro e il pesce spada, possono contenere alti livelli del metallo per il fenomeno del bioaccumulo, in conseguenza del fatto che si tratta di pesci in cima alla catena alimentare marina; un grande consumo di questi prodotti ittici può comportare l’instaurarsi di avvelenamento da mercurio.

Vi consigliamo quindi, qualora voleste preparare anche a casa del sushi o sashimi seguendo le ricette del nostro precedente blog, di acquistare il pesce solo da rivenditori e pescherie di fiducia.

Scritto da Christian Krawczyk e Michele Pili

La riserva naturale di Valsolda

August 15th, 2016 | By Annalisa De Maria in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più, Sapienza | No Comments »

La storia della riserva naturale di Valsolda inizia nel 2004 quando venne inserita tra i siti Natura 2000 di interesse della Comunitá Euopea come zona di protezione speciale, in quanto aveva habitat rari e poco antropizzati. Inoltre la fauna, in special modo l´avifauna, è stata considerata pregevole e particolarmente varia.

Dal marzo 2007 è stata dichiarata Riserva Naturale, questo al fine di preservarne la sua naturalità e tutelare le specie endemiche presenti e la sua fauna. La gestione dell´intera riserva è di competenza dell´ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e Foreste).

Cime della Riserva

Fin dalla sua istituzione si è voluto sia proteggere il valore naturalistico che permettere la sua fruizione. Per questo motivo la Riserva naturale è suddivisa in due zone ben distinte

  • Riserva Naturale Orientata: comprende la parte meridionale della valle (circa 90 ettari) ed è tutelata con vincoli meno restrittivi per poter consentire una fruizione turistica didattico-culturale sostenibile. Qui si trovano i sentieri attrezzati e le aree di sosta.
  • Riserva Naturale Integrale: comprende tutto il resto del territorio (circa 228 ettari); i vincoli sono estremamente restrittivi. Lo scopo è di cercare di azzerare gli interventi antropici in modo da permettere agli equilibri naturali di tornare sovrani nella foresta.

Il paesaggio della Riserva naturale come di tutto il territorio del comune di Valsolda è caratterizzato dalla varietà degli ambianti paesaggistici. Si passa da possenti pareti verticali, a declivi boscosi, a guglie e dirupi frastagliati, a torrenti dalle acque purissime.  Non da ultimo dalla Riserva si gode uno splendido panorama sul lago e su diversi villaggi che fanno parte del comune.

Torrente

La varietà di ambienti presenti nella Riserva e la loro buona salute permette l’esistenza di una fauna ricca di specie, sia che si tratti dell’entomofauna, di Rettili, Uccelli o Mammiferi.
Sono presenti, e facilmente osservabili, le specie tipiche dell’ambiente prealpino, in particolare Camoscio, Cervo e Capriolo. Il primo è presente grazie a reintroduzioni compiute negli anni passati. Cervo e Capriolo invece sono molto più abbondanti, essendo stimati intorno alla trentina di capi. Nella Riserva è presente anche il Cinghiale,
Studi recenti hanno confermato che Tasso, Faina, Volpe e Donnola fanno sicuramente parte della fauna della Riserva. La presenza di questi carnivori, a cui si aggiungono i Rapaci diurni e notturni (Aquila reale, Sparviere, Poiana, Gheppio, Falco pellegrino, Falco pecchiaiolo, Allocco, Civetta capogrosso), è garante di un ecosistema equilibrato, con una piramide alimentare ben strutturata.

Un avvistamento relativamente “facile” da effettuare nella Riserva è quello dell’Aquila reale, qui nidificante, mentre al tramonto è quasi sempre possibile ascoltare il canto secco della Coturnice.

Per raggiungere la Riserva Naturale bisogna ci si puó recare in automobile fino all´abitato di Dasio. Da lí, seguendo la segnaletica, si salirá a piedi per circa un´ora, fino a raggiungere l´ingresso della Riserva.