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Sushi e Sashimi: modi alternativi di cucinare il riso

June 27th, 2016 | By Michele Pili in Cucina, Gastronomia, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

Nel nostro precedente blog vi abbiamo brevemente introdotto le differenti varietá di riso presenti nelle nostre tavole: oggi vogliamo invece spiegarvi come si preparano due piatti entrati prepotentemente nelle abitudini alimentari europee, il sushi ed il sashimi.

In Giappone la parola sushi (寿司 / 鮨 / 鮓), significa letteralmente “acido” e si riferisce ad una vasta gamma di cibi preparati con riso. Al di fuori del Giappone viene spesso inteso come pesce crudo, o come riferimento ad un ristretto genere di cibi giapponesi, come il maki o anche il nigiri e il sashimi (che in Giappone non è considerato sushi perché composto di solo pesce fresco).

La varietà del piatto nasce dalla scelta dei ripieni e guarnizioni, nella scelta degli altri condimenti e nella maniera in cui vengono combinati.

sushi-salmone

Il Sushi

Il riso utilizzato per la preparazione del sushi è un riso bianco, dolce a grano corto (varietà japonica).

Ingredienti per 800 gr

2 tazze di riso per sushi

10 x 10 cm di Alga nori

3- 3,5 tazze d’acqua

4-5 cucchiai di sakè

Per il condimento

6-8 cucchiai di aceto di riso

3-5 cucchiai di zucchero

1 cucchiaio di sale o 1-2 cucchiai di salsa di soia

Ponete il riso dentro ad una ciotola e lavatelo sotto l’acqua corrente fredda: fate almeno 5-6 sciacqui, muovendo il riso con le mani, fino a che l’acqua non diventi bella limpida. Lasciate il riso a bagno per 15 minuti, dopodiché scolatelo e lasciatelo riposare per altri 15 minuti in uno colino. Trascorso questo tempo, ponete il riso in una pentola non troppo larga e ricopritelo a filo con l’acqua, che deve ricoprirlo interamente. Prendete il pezzetto di alga Nori, fate dei taglietti così sprigionerà meglio gli aromi; unite l’alga al riso, coprite con un coperchio e portate a bollore a fuoco medio. Non aprite più il coperchio fino a quando non sentirete la bollitura.

Preparate l’apposito contenitore di legno in cui riposerà il riso: bagnate il contenitore con acqua fredda corrente e tamponatelo bene con uno strofinaccio pulito. Se non avete l’hangiri, potete usare un recipiente largo e basso, non in metallo. Nel frattempo che il riso arriva a bollore, preparate il condimento: versate l’aceto di riso in un pentolino. Aggiungete lo zucchero e il sale e scaldate il tutto per sciogliere lo zucchero, senza portare a bollore. Spegnete il fuoco e fate raffreddare. Non appena l’acqua del riso bollirà, lasciate bollire a fuoco medio per 5 minuti, quindi eliminate l’alga con una pinza, coprite di nuovo con il coperchio, abbassate la fiamma e cuocete a fuoco basso per 8-10 minuti. Spegnete il fuoco e lasciate riposare con il coperchio per altri 10 minuti.

 hangiri set

Trasferite il riso nell’hangiri, prendete un mestolo di legno (spatola piatta) e, tenendolo sopra il riso, colateci sopra la miscela di aceto di riso, in modo che vada ad irrorarlo e venga meglio distribuito. Smuovete il riso con la paletta di taglio, per non schiacciare il riso e  nel frattempo, con l’altra mano, sventagliate il riso con un piatto di plastica oppure un ventaglio, per raffreddare il tutto e fare evaporare l’aceto velocemente. Una volta raffreddato a temperatura ambiente, che è questa la giusta temperatura di utilizzo, (il riso deve risultare traslucido), copritelo con un canovaccio pulito ben inumidito con acqua fredda e lasciate riposare per qualche minuto. Quando non viene prelevato per essere utilizzato, lasciate il riso sempre coperto con il panno umido per evitare il rinsecchimento veloce del prodotto.

Il Sashimi

Il Sashimi non è altro che del pesce crudo tagliato a fette. Una profonda massima della filosofia culinaria giapponese dice: “il miglior modo di cuocere il pesce è di non cuocerlo affatto”.

Poiché nella cucina giapponese nulla è lasciato al caso, per il sashimi si usano quattro modi principali di taglio del pesce:

1.            Carpaccio (Usu zukiri), il pesce viene mantenuto fermo con una garza umida, il coltello leggermente inclinato e tagliato a fettine sottilissime.

2.            Taglio verticale (Hira giri), tagliato perpendicolarmente in fette spesse fino a 1 cm e larghe al massimo 2 cm

3.            Taglio a dadini (Kaku giri), tagliato perpendicolarmente e poi a dadini di 1 cm per lato

4.            Tagliato a filetto (Ito zukuri), una sorta di julienne di sashimi.

Non si può utilizzare pesce fresco crudo. I pesci di acqua dolce sono tra quelli consumati cotti. I pesci comunemente usati sono tonno, salmone, snapper, sarde e sugarello. L’ingrediente considerato di miglior qualità è detto toro (in Giappone spesso chiamato anche o-toro), un taglio grasso e marmorizzato della parte più grassa del tonno, la ventresca.

Roll e Nigiri sushi

Dopo aver preparato il Sushi e il Sashimi possiamo andare a completare quello che sarà poi il nostro piatto.

1.            Mettete sul piano da lavoro la stuoietta di bambù

2.            Adagiate un foglio di nori con la parte lucida rivolta verso il basso

3.            Bagnatevi le mani con acqua acetata, prendete la dose di riso cotto e stendetela sul foglio di nori

4.            Sistemate al centro del riso metà dose di tutti gli ingredienti (avocado, salmone, tonno, etc.)

5.            Alzate il makisu (stuoia di bambù) con il pollice, tendendo gli ingredienti con le altre dita e arrotolate cercando di congiungere le estremità

6.            Stringete per unire bene gli ingredienti e togliete il maki (roll di riso)

7.            Prima di eseguire il taglio bagnate il coltello e infine tagliate il maki in 8 pezzi uguali

Sushi-e-sashimi

Il nigiri sushi verrà sempre servito in coppia.

1.            Tagliare i filetti di pesce (tonno, salmone, sardine, rombo, gameri) in strisce di uguale grandezza e lunghezza (max 7 cm)

2.            Prendere un pezzo di guarnizione di copertura nella mano sinistra e spalmatelo con pasta wasabi

3.            Con la mano destra prendete dalla ciotola un po’ di riso, pressatelo bene in modo da fargli prendere la forma allungata

4.            Ponete il cilindretto di riso sulla guarnizione e pigiatelo bene

5.            Disponete il nigiri su un piatto e ripetere piu volte il procedimento.

Nota bene: questa operazione deve essere il più veloce possibile in modo da non alterare le caratteristiche del riso e del pesce “fresco” surriscaldandolo con il calore delle mani.

Ora mandateci le fotografie dei vostri piatti!

Scritto da Christian Krawczyk e Michele Pili

L’Isola Comacina

June 20th, 2016 | By Wendy Koppen in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più | No Comments »

L’isola Comacina è l’unica isola del lago di Como, situata nel comune di Tremezzina, nelle acque antistanti la “Zoca de l’oli” (conca dell’olio), beneficia di un clima particolarmente mite che favorisce la coltivazione dell’ulivo e la produzione dell’olio locale. Lunga circa 600 metri e larga appena 200, la Comacina comprende una superficie totale di 6 ettari ed è per lo più coperta da una rigogliosa vegetazione tipicamente mediterranea.

Isola_comacina_lago_di_como

Alla fine del primo millennio l’isola Comacina fu al centro di vicende internazionali. La rivalità tra Como e Milano per l’egemonia ed il controllo delle principali vie di comunicazione e dei passi alpini portò nel 1118 ad un conflitto decennale che terminò con la vittoria dei milanesi e la distruzione completa della città lariana. Dopo la sconfitta, Como risorse dalle sue rovine e, grazie anche all’alleanza con Federico Barbarossa, preparò la rivincita che sfociò nel 1169 nella vendetta di cui l’isola fu principale vittima in quanto venne distrutta dalle fondamenta e rasa al suolo; tutti i presidi, le abitazioni, le chiese e le mura vennero abbattute e i sassi dispersi nel lago affinché non potesse essere ricostruita. Con un decreto imperiale del 1175, Federico Barbarossa confermò il divieto alla ricostruzione: «Non suoneranno più le campane, non si metterà pietra su pietra, nessuno vi farà mai più l’oste, pena la morte violenta».

Da allora l’isola Comacina non fu più abitata, solo nel XVII secolo si costruì una chiesetta dedicata a san Giovanni e che dà il nome di san Giuann all’isola stessa.

Dapprima di proprietà vescovile, l’isola successivamente passò di mano attraverso diversi proprietari. Nel 1919 venne lasciata in eredità al re Alberto I del Belgio e per un anno divenne un’enclave sotto sovranità belga, nel1929 venne restituita allo Stato italiano attraverso un Ente morale con a capo il Console del Belgio e il presidente dell’Accademia di Brera con lo scopo di costruire un villaggio per artisti. Infatti nel 1939 su progetto dell’architetto Pietro Lingeri oltre alla locanda vennero costruite tre case per artisti ben inserite nel contesto dell’isola grazie all’uso dei materiali locali, come la pietra di Moltrasio e il legno per lo più di castagno.

Considerata uno dei siti archeologici più straordinari dell’Italia Settentrionale per l’Altomedioevo, l’Isola Comacina ha riottenuto la gloria del suo passato grazie alle campagne di scavo compiute nel corso del 1900 che hanno riportato in luce resti archeologici di rilevante interesse, databile dall’epoca romana al XVI secolo. Si tratta per lo più di ritrovamenti paleocristiani e altomedievali insieme a un’ingente quantità di reperti mobili.

Venne effettuata inoltre una campagna di ricerche subacquee nell’area lacustre circostante che permise di riportare a terra numerosi reperti dell’Isola. Alcuni di essi sono visibili presso “L’Antiquarium”, oggi punto e partenza per la visita all’Isola, situato nell’edifico che faceva parte del complesso dell’Hospitalis, luogo che era dedicato all’accoglienza dei poveri e dei pellegrini.

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 Le testimonianze archeologiche che si possono ammirare sull’isola sono i resti di un colonnato marmoreo di epoca romana visibili sotto il pavimento della secentesca chiesa di S. Giovanni Battista, i ritrovamenti tardo-antichi, come il basamento di una torre che moto probabilmente ebbe la funzione da campanile per la Basilica romanica di S. Eufemia e l’aula battesimale biabsidata per quanto riguarda il periodo paleocristiano. Inoltre le valenze archeologiche più notevoli riguardano il complesso di S. Eufemia, di cui sono visibili la divisione a tre navate e tre absidi, la cripta e il portico ad ali antistante, insieme ai resti della chiesa di S. Maria col Portico e di S. Pietro in Castello. Alcune ricerche hanno riguardato anche le murature in pietra squadrata del complesso medievale dei SS. Faustino e Giovita.

Ancora oggi ogni anno si ricorda il tragico evento della distruzione dell’isola il sabato e la domenica della settimana in cui cade il 24 giugno, festa di San Giovanni. Il lago viene illuminato a giorno con migliaia di lumaghitt, lumini galleggianti abbandonati sulle acque, come a ricordare le anime derelitte che navigarono da una sponda all’altra, scappando dalle proprie case in fiamme. Uno spettacolo pirotecnico ricostruisce l’incendio e la distruzione dell’isola. Quest’anno l’evento si terrà i prossimi sabato 25 e domenica 26 giugno. Per ulteriori informazioni http://www.isola-comacina.it/.

Scritto da Silvia Crosta, ufficio prenotazioni.

I cinque tibetani

June 13th, 2016 | By Deborah Giorno in Benessere, Parco San Marco, SPA San Marco | No Comments »

Il libro sui Cinque Tibetani venne scritto negli anni Trenta. La versione originale “Eye of revelation” fu pubblicata nel 1939.

I cinque tibetani non sono per tutti. Intraprendete questo percorso solo se credete nella “Fonte della Giovinezza” e che si può rallentare l’invecchiamento. Se si accetta l’idea che l’impossibile è raggiungibile, si può ottenere molti benefici.

Con i cinque tibetani si può raggiungere il benessere del corpo, della mente, dello spirito e il risveglio della forza vitale. Tutto ciò è raggiungibile solo se sarete gentili con voi stessi e se vi concederete il giusto spazio e tempo. È una promessa che fate a voi stessi, i progressi non devono essere forzati, gioite di ogni piccolo miglioramento, solo così i risultati dureranno nel tempo.

BuddhaPavillon2I cinque tibetani, possono aiutare a sembrare più giovani, a sentirsi meno anni e conquistare un maggior senso di benessere. Se li farete tutti i giorni si vedranno già i risultati in trenta giorni.

Sono una forma di meditazione fisica attiva, molto efficace per prendere coscienza di se stessi, del proprio corpo fino alla più piccola cellula, in modo particolarmente vivo.

Nel nostro corpo ci sono sette centri energetici principiali che corrispondono alle sette ghiandole endocrine, il cui compito è quello di secernere ormoni. Se le ghiandole funzionano al meglio, il nostro corpo ne trae beneficio, se si registrano dei blocchi, i conseguenti squilibri ormonali causano problemi.

In realtà i sette centri energetici che chiamiamo “CHAKRAS” possono essere considerati come campi elettrici invisibili a occhio nudo. Ogni chakra ha il centro in una delle sette ghiandole endocrine ( a secrezione interna) che hanno la funzione di stimolare la produzione degli ormoni.
I sette chakras sono localizzati in questo modo: le ghiandole della riproduzione, il pancreas, le ghiandole surrenali, il timo, la tiroide, la ghiandola pineale, la ghiandola pituitaria.

Equilibrando i setti Centri energetici, probabilmente viene normalizzato anche lo squilibrio ormonale, perciò le cellule possono replicarsi e prosperare come quando eravamo giovani. Stimolando tutti i sistemi di regolazione del corpo, le ghiandole endocrine, il sistema circolatorio, si agisce sul livello biochimico degli enzimi e degli ormoni, influenzando la nostra sensazione di benessere e la nostra sfera emozionale.

I cinque tibetani stimolano in modo tanto efficace i diversi sistemi energetici, i risultati saranno subito percepibili a chi li pratica.

Il modo più rapido per riacquistare la giovinezza, la salute e la vitalità consiste nel riavviare il normale movimento rotatorio di questi centi energetici; ciò si può realizzare mediante cinque semplici esercizi. Ciascuno di essi è efficace di per sé, ma i migliori risultati si ottengono con la BuddhaPavillon6pratica di tutti e cinque. In realtà, non si tratta di esercizi veri e propri.

Nonostante non siano esercizi particolarmente impegnativi dal punto di vista fisico, è sempre buona cosa consultare il proprio medico di fiducia
per capire se ci siano disturbi fisici che sconsiglino l’esecuzione dei riti.

Una volta ottenuto il “ via libera” fatevi guidare, almeno per le prime volte, da una persona preparata che vi insegni i giusti movimenti da effettuare, in modo che gli esercizi vengano assimilati e divengano poi automatici.

Si parte gradualmente: la prima settimana ogni esercizio viene ripetuto tre volte, la seconda settimana cinque fino a un massimo di ventun ripetizioni per ogni rito.

L’unico esercizio per cui non sono previste le ventuno ripetizioni è il primo, per il quale l’indicazione è di non superarne dodici.

Fare esercizio fisico subito dopo esserci alzati dal letto garantisce i risultati migliori; svegliarsi e praticare i inque riti richiede forza di volontà e costanza, ma così facendo ne trarrete grande energia e la giornata da affronatre sembrerà meno impegnativa.

I riti si possono eseguire anche di sera, in questo caso, regaleranno sensazioni di tranquillità e una migliore qualità del sonno.

written by Deborah Giorno

Il Parco della Val Sanagra

June 6th, 2016 | By Annalisa De Maria in Dintorni, Escursioni, Parco San Marco, Per saperne di più, Sapienza, Umgebung | No Comments »

Appena sopra l’abitato di Menaggio si trova lo splendido Parco Val Sanagra.
Un ambiente fatto di mosaici di boschi, praterie e alpeggi, scavato dal fiume Sanagra e modellato dai ghiacci dell’ultima glaciazione; un’urbanizzazione non eccessiva e comunque rispettosa del territorio. Ecco come si presenta oggi la Val Sanagra, splendida vallata del Lario occidentale incastonata nel cuore delle Alpi Lepontine, saggiamente conservata dai suoi abitanti.
L’urbanizzazione contenuta, l’ambiente selvaggio, la presenza di specie vegetali rare o endemiche, unite a un microclima particolare, fanno di questa zona uno dei territori più interessanti in ambito lariano.
Il successo della conservazione di questa valle è anche il frutto di “un’eredità” tramandata da generazione in generazione e dovuta soprattutto alle necessità primarie dell’uomo.
L’uomo si stabilì qui inizialmente per la pastorizia ed infatti i primi stanziamenti stagionali erano legati all’allevamento ed allo sfruttamento dei boschi.
Solo più tardi gli insediamenti divennero permanenti e si crearono le prime attività di tipo artigianale e pre-industriale, legate principalmente allo sfruttamento energetico dell’elemento centrale e modellatore della Valle: il torrente Sanagra.
Nel Parco sono tracciati numerosi percorsi. Uno ha inizio alla località Piamuro e segue il corso del fiume Sanagra guidando tra antichi mulini e fornaci che hanno sfruttato l’energia idraulica del Sanagra, fino al vecchio nucleo rurale di Monti di Madri. Un altro percorso attraversa la località di Codogna, sede di dimore signorili, e conduce al “Rogolone”, grande quercia secolare.
Presso La Villa Camozzi a Codogna si trova il Museo Etnografico Naturalistico della Val Sanagra con sale dedicate alla flora, alla fauna e fossili del Parco; parte del museo è dedicato alla vecchia ferrovia Menaggio – Porlezza; per informazioni www.museovalsanagra.it oppure tel. 0344 32115.

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Animali ed ambienti

Il Parco è coperto da un vasto manto forestale che si estende per tutta la valle e si alterna a radure e a pascoli montani. Boschi di carpino, querce e castagno crescono rigogliosi sul fondovalle, lasciando il passo alle imponenti faggete delle medie quote, fino ad arrivare ai boschi di abete rosso e abete bianco delle quote più elevate.
Ad accezione dei grandi predatori, il Parco ospita gran parte dei mammiferi e degli uccelli che abitano le zone montuose prealpine. Ungulati come cervi, camosci e caprioli si possono osservare facilmente dagli appositi punti di osservazione, mentre di altri mammiferi più piccoli ed elusivi bisognerà accontentarsi di osservarne le tracce. Tra questi ultimi, in particolare,
vanno citati il tasso, la martora, la faina e la volpe.
L’avifauna presenta esemplari notevoli, tra cui il picchio rosso maggiore, la civetta capogrosso e il picchio nero, indicatori di buona qualità ambientale. Ad alta quota, tra i predatori alati, non sarà difficile scorgere l’aquila. Altri rapaci degni di nota sono il gheppio, il falco pecchiaiolo e la poiana, mentre nelle zone boscate è possibile rilevare la presenza dell’astore, dell’allocco e dello sparviero. Di particolare interesse è la presenza di due galliformi: il gallo forcello e, estremamente raro, il francolino di monte, entrambe specie in forte declino numerico su tutto l’arco montuoso alpino e prealpino.
Elemento centrale di tutta la vallata è il torrente Sanagra, da sempre legato alla tradizione della pesca. Le sue acque cristalline ospitano la trota fario e la trota iridea, naturalizzata ma non autoctona della zona, mentre attorno ai suoi argini e nelle zone più umide troviamo anfibi e rettili come la salamadra pezzata, la biscia d’acqua e la rana temporaria.

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Una flora unica
Il clima, mitigato dai laghi Lario e Ceresio, le differenti tipologie di rocce e l’opera di antichi ghiacci, generano nella valle condizioni che hanno permesso l’insediamento di un ricco e variegato patrimonio floristico.
A questo è dovuta la presenza contemporanea e nello stesso luogo, di specie vegetali che, come il rododendro ferruggineo e il rododendro irsuto, si sviluppano su terreni molto differenti.
Nel Parco sono importantissime anche le specie floreali endemiche, ossia quelle evolutesi in areali molto ristretti. Tipici endemismi del luogo sono il raperonzolo chiomoso, la campanula dell’arciduca, il citiso insubrico, la carice candida, l’aquilegia di Einsele e l’euforbia insubrica.
La valle offre anche rifugio a varietà botaniche rare come la viola pennata e la minuartia capillare. Le particolari condizioni climatiche favoriscono anche a presenza di specie che normalmente crescono nell’area mediterranea o in zone decisamente più calde, come l’erica arborea e la felce di creta.

Il Parco dei funghi

La presenza di una ricco patrimonio boschivo, favorisce la crescita e la riproduzione di numerose specie di funghi. Le specie micologiche presenti in Val Sanagra sono numerosissime: oltre ai classici porcini e alle varie specie eduli più conosciute, tra i più interessanti e stravaganti funghi troviamo il fungo barbino che può raggiungere anche i 15 Kg, i funghi stellati, il satirone dal caratteristico odore cadaverico e la vescia gigante, che può raggiungere il mezzo metro di diametro e un peso superiore ai 20 Kg. Altre specie interessanti sono il fungo a patata comune e la spugnola. A qualcuno capiterà anche di osservare, in particolare nei prati, una disposizione di funghi che crescono formando un cerchio quasi perfetto. Questo curioso fenomeno è dovuto alle colonie miceliari (la parte sotterranea del fungo) che si sviluppano in modo centrifugo.

A spasso nella tradizione

Alpeggi e maggenghi, molti ormai in disuso e altri restaurati con cura, sono disseminati per tutta la valle a testimonianza dell’antica pratica della monticazione.
Anche i crotti sono una testimonianza del passato e oggi vengono sfruttati con successo per la ristorazione.
Chi viene nel Parco potrà anche andare a spasso tra ville, torri, mulini e cappelle: le testimonianze di un antico passato sono numerose e si possono incontrare passeggiando tra i boschi e nei borghi. Particolare attenzione merita la torre Milano e, nei dintorni di Codogna, l’antica torre medievale (XIV sec.).
I Comuni compresi nel Parco hanno recentemente acquistato la Fornace Galli, un’antica fabbrica di mattoni posta nelle immediate vicinanze del torrente Sanagra. La fornace è un esempio di archeologia industriale: al suo interno si trovano un forno di cottura e gli impianti necessari per la lavorazione dell’argilla tramite la forza motrice dell’acqua. In futuro l’edificio,
restaurato e messo in funzione, diverrà la sede del Parco. Degni di nota ma purtroppo in stato di abbandono, sono anche i vecchi forni nei prati adiacenti a Cardano, edificati nel 1787 per fondere la ghisa e lavorare il ferro. Lungo il corso del Sanagra sorgono anche alcuni mulini, ora destinati ad altri usi: quello dei “Guerra”, il mulino Nogara con accanto il ponte a schiena d’asino e, nella parte bassa del fiume, il mulino Spinelli così caratteristico da essersi meritato un posto nello sfondo di uno dei diorami esposti al Museo. A poca distanza dal mulino Nogara si trova il mulino del Boggio il più antico della valle che dal 1914 divenne una bottega di fabbro di cui si osservano ora le rovine. Anche la Vecchia Chioderia, oggi noto agriturismo, era fino al 1820 un mulino e successivamente, tra il 1943 e il 1966, una fabbrica di chiodi. L’acqua del torrente era sfruttata anche in prossimità di Menaggio: ne sono un esempio le Imprese Venini per la lavorazione del ferro e le Seterie “Burgatto”.

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 Montagne antichissime

La Val Sanagra è caratterizzata dalla Linea della Grona, un’importante frattura geologica creatasi in seguito agli sconvolgimenti che portarono alla formazione delle Alpi e delle Prealpi. Essa separa due tipologie rocciose molto differenti: rocce cristalline a Nord e rocce sedimentarie a Sud, peculiarità che determina l’aspetto della valle, caratterizzato a settentrione da un profilo montuoso dolce e modellato e a mezzogiorno da profili aspri e accidentati.
Nella parte bassa, in particolare tra Cardano e Menaggio l’alveo del Sanagra diventa stretto e profondo, assumendo le caratteristiche tipiche delle valli a forra. Il profilo stretto e profondo della valle è il prodotto di una forte attività erosiva del Sanagra, favorita dal sollevamento del territorio in epoche remote. All’attività erosiva del torrente si deve anche la creazione dello spettacolare Orrido del Forno. Altro settore di rilievo è la località Sass Corbee dove una serie di fatturazioni del versante ovest della forra hanno provocato la caduta grossi massi, generando un ambiente suggestivo.
La Val Sanagra racchiude al suo interno le rocce più antiche della provincia di Como e, addirittura, tra le più vecchie d’Italia! Si tratta di formazioni a “carbon fossile” che sono state attribuite al Carbonifero medio (Westfaliano), un periodo che gli studiosi ritengono essere datato 310 milioni di anni. La flora fossile del canalone dell’Alpe Logone o Val Gariasca consta di numerosi resti di antichissimi vegetali appartenenti al gruppo delle Pteridofite e delle Protospermatofite, primordiali piante “a seme” documentate da numerosi reperti fossili. Vi è anche un affioramento di 100 milioni di anni più giovane del periodo Carbonifero (Triassico superiore) da quale provengono fossili di pesci che popolavano un’antico bacino marino.
Alcuni tra i più importanti di questi reperti sono conservati e illustrati con pannelli nel Museo Etnografico e Naturalistico.